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Note Critiche

Scrive Antonio Oberti: “Felice Lombardozzi non dipinge ma incide con profonda partecipazione di cuore nella consapevolezza di correre dietro, con una impaginazione spesso sofferta, alla poetica essenzialità. Incide e i suoi lavori a spatola si trasformano in immagini cariche di profonda umanità, di sentimento dello spazio e della vita. Incide e la sua vocazione creativa, elaborata con istintiva immediatezza, si orchestra su toni intensi, anzi focosi, con una pasta di profonda suggestione.
Lo hanno definito, tra l’altro, un uomo solo, ma non mi sembra giusto: non è solo perché vive con i suoi personaggi che, pur essendo anonimi e indistinti, si muovono, agiscono, diventando, attraverso il filtro del sentimento, immediatamente e perfettamente individuabili e intelligibili. Perciò senza usare parole diverse o nuove definizioni, si può affermare che El Bardo può bensì dirsi esistenzialistico, collocando egli le figure nella realtà dell’ambiente, dando così l’esatta misura del suo modo di amare e di sognare.
La dovizia cromatica è la sua forza, la sintesi il suo equilibrio esteriore e interiore. Il piglio icastico delle spatolate, dando spicco ai gialli, ai rossi violenti, ai blu, ai bruni, illumina ogni particolare di intensa poesia e il pittore romano è cosciente di tutto ciò, del tentativo pienamente riuscito di travalicare il finito verso l’infinito e riportare alla luce quello che è il suo mondo.
La severità dell’arte di Lombardozzi, per coloro che sanno apprezzarne l’espressività, è perciò carica di eventi e di vicissitudini che si rivelano anche nei paesaggi solitari e nel Cristo. Le sue possibilità espressive trasformano la realtà e la spiritualità in visioni che si innalzano su di un piano ideale, espandendo così sulla tela, con foga eppure con finezza, la sua anima pittorica”.
“Ora scavando a spatola nello spessore della materia ora inseguendo i colori delle stagioni con pennellate a battito d’ala su sfondi prevalentemente dominati da tinte fredde, notturne – i blu, i violetti- la pittura del Bardo tende a sciogliere continuamente la convenzione realistica raggiungendo attraverso i filtri dell’immaginazione marine e villaggi costieri racchiusi in una falce di luna, palazzi e fanali fragili come le conchiglie delle sue nature morte, cigni azzurri e boschi e velieri, con una tendenza al monocromatico intenso come sintesi estrema di forma e colore, più evidente quando, soprattutto in alcune nature morte, rivela vaghe tentazioni cubiste. E’ tuttavia nel paesaggio che l’artista manifesta più compiutamente la sua raffinata sensibilità dipingendo quasi inconsciamente luoghi memorizzati in particolari stati d’animo: più che paesaggi vorremmo definirli avamposti, per usare un titolo dello stesso autore, che potrebbe riassumere i significati e le inquietudini di tutta la sua opera” (Matteo Capodarso).

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